Pian della Carlotta, uno di quei nomi che dalle profondità del tempo giungono fino a noi, sorge sopra un pianoro aperto ad una leggera aria di mare, dietro i due pinnacoli pietrosi che danno il nome alla località Sasso. Un intrigo di lecci, sughere, querce la circonda. Rifugio di tassi e spinose, ricci e cinghiali irsuti. In fondo, brilluccica la baia azzurra di Pirgy.
Tante le acque fumanti e dall’odore inconfondibile, dai nomi rudi, primitivi, esotici: Beverello, Cinquare, Filippaccio, Caldare, Sant’Ansino. Le più conosciute ed anche più impegnative, quelle che hanno dato origine alla splendida piscina romana, scavata poi mezza depredata e quindi richiusa, conosciuta due millenni fa come Aquae Caerites. Narra Strabone che era il luogo, ai suoi tempi, più affollato ed importante della vicina Caere, oramai in fase di declino, a cui affluiva una numerosa popolazione per cure termali ”tra le più calde dell’Italia antica”. Moltissime le insorgenze romane ed oltre che nel corso dei secoli vennero abbandonate.
Appena ultimata la seconda Grande Carneficina lunghe baracche in legno ospitano decine e decine di operai provenienti da paesi lontani, per essere inghiottiti otto ore al giorno nelle viscere della miniera della Montedison. Arrivò poi l’Ente Maremma. Otto case coloniche con stalla abbinata su estesi appezzamenti di terra, espropriati al marchese Patrizi, padrone del borgo del Sasso e di tutto quello che gli girava attorno.
Un gruppo di nuovi colonizzatori provenienti dai monti marsicani, scaricati li come si scaricano oggi i natanti di Pantelleria, ne prese possesso. Quando il sole era alto sopra i sassoni e le quercete, e calda la terra, e la rugiada scomparsa dalle foglie delle rose canine, i cervetrani, i manzianesi , i tolfetani, i romani in trasferta, lasciavano che i loro cani da caccia s’immergessero nella fanghiglia benefica delle pozze di acque solfuree. Altre due cave vennero aperte, quella della breccia e quella del caolino, sempre più simili, vista dall’Aurelia, ad una bocca dai denti ingialliti spalancata in un sorriso sarcastico. Poi molti ricci, ramarri e innocue bisce lasciarono la loro pelle sulla strettoia asfaltata, contorta e piena di avvallamenti, schiacciati dalle betoniere che scaricavano cemento, per costruire su quelle terre, più o meno ancora vergini, ridicole “villettopoli”. Oggi un cataclisma sta portando alla rovina un paradiso già compromesso e vilipeso dagli umani.
Una centrale a biogas, oramai ultimata, è stata posizionata proprio accanto a quelli che un tempo erano i gallinari del marchese Marini Dettina. Due grandi funghi, dalla cupola verde chiaro su gambo verde scuro, si stagliano proprio sotto la cava. Simili a due grandissimi Tumuli che sprigioneranno inquinamento e danno alla salute. Un posto che fino a poco tempo fa doveva tener conto della caccia clandestina e paradossalmente dell’abigeato, si ritrova oggi a fare i conti con un fungo la cui pericolosità è ben lungi dall’essere compresa .
Gli uccelli sono sempre i primi pensieri del mondo. La loro di vita è un continuum senza interruzioni e dimenticanze. Di tutto si sono accorti, trovandosi altri lidi. Gli umani invece in questo paese sono oramai di labile memoria. Ricordano molto l’avventura del mitico Ulisse e dei suoi marinai nella terra delle genti Mangiatori di loto, non sono cioè mangiatori di pane, ma di loto, una pianta quasi magica. Un fiore che, non appena mangiato, fa dimenticare tutto. Non ricordi più niente, né chi sei né perché ti trovi là. Il mondo in cui Ulisse è approdato è un mondo che sta sotto il segno dell’oblio. I tre marinai greci mandati in avanscoperta sono accolti con gentilezza dai Mangiatori di loto: ”ma venite avanti, venite a bere una coppa….ecc. ecc.” e così mangiano di loto. Ed appena mangiato il loto,puf! Non si ricordano più di niente .
Ritornati alla nave si ritrovano con Ulisse, lui disse: -Che cosa avete visto? -Loto, loto! -Che cosa?Loto? -Loto, loto! Non ricordano niente altro. Ulisse dice: -Imbarchiamoci! -No, no, restiamo qui. Non hanno più passato, non hanno più futuro, nessuna identità, soltanto un’idea fissa: -Non ripartiamo più, restiamo qui. La battaglia che si sta svolgendo contro il fungo ”avvelenato” ha reso molti Cittadini consapevoli ed attivi. Questo è stato il risultato dei movimenti civici che, nonostante ed a dispetto della politica provinciale e locale, sono riusciti a mobilitare le coscienze. Hanno fatto quello che fece Ulisse: costringere gli altri a partire, a non restare nell’oblio. Continuiamo a mobilitarci per la salvaguardia del bene primario: la salute pubblica. Non lasciamo che la storia finisca come canta il Poeta: No non è questo il mio paese. Qua fra tanta gente che viene ,tanta gente che va io sono lontano e solo(straniero). Come l’angelo in chiesa dove non c’è Dio. Come alla zoo, il gibbone Nell’ossa ho una altra città Che mi strugge. E’ là. La città della fanciullezza, dell’utopia a quella dobbiamo mirare.
