La giornata di ieri ha scosso Ladispoli, anche se dal punto di vista sostanziale il duro colpo alla criminalità organizzata da parte della DIA era arrivato il 17 giugno scorso, con i provvedimenti di custodia cautelare nei confronti di tre esponenti del clan Giuliano residenti a Ladispoli.
L’azione di ieri ha riguardato principalmente il sequestro dell’ingente patrimonio, oltre 100 milioni di euro, che l’organizzazione criminale aveva accumulato nei suoi anni di attività. Un’azione plateale con decine di pattuglie delle forze dell’ordine dispiegate sul territorio a porre sigilli a case, ville ed altri beni in mano alla criminalità.
A caldo il Sindaco Paliotta ha dichiarato “Stiamo valutando la possibilità di costituirci parte civile per la tutela dell’immagine della Città che, ripetiamo ancora una volta, è del tutto estranea a questo tipo di fenomeno.”
L’ennesima strenua difesa all’immagine della città, già vista in occasione dell’attacco al giornalista Mieli, ad un altro giornalista in occasione della morte di Laura Antonelli, delle osservazioni di Oliviero Toscani e Vittorio Sgarbi e perché no vista anche contro la stampa rea di parlare di cronaca e di politica.
Di sicuro l’immagine di Ladispoli subisce un duro colpo ed il sindaco ha il diritto e fa bene di difenderla, ma di fronte a quanto successo il problema d’immagine sembra essere marginale. Sfugge del tutto l’entità del fenomeno, come avviene nel film Jonny Stecchino nel quale si spiega il problema di Palermo è il traffico.
L’organizzazione criminale ha negli anni accumulato (sottratto soprattutto a cittadini ed imprenditori di Ladispoli) circa 100 milioni di euro, una cifra che risulta essere dell’ordine di grandezza del bilancio del comune.
Mentre ieri la politica minimizzava l’accaduto restringendolo tra l’altro a qualche camorrista “estradato” dal napoletano e da rispedire come un pacco alle terre d’origine, nessuno si è posto il problema del dramma che decine di famiglie di Ladispoli hanno negli anni passato, vessate da queste organizzazioni criminali.
Forse è proprio in nome dei cittadini di Ladispoli vessati da criminali e usurai che le istituzioni dovrebbero costituirsi parte civile. L’immagine della città è solo una conseguenza.
Non si estirpa la criminalità organizzata pensando di rispedirla nella terra di origine, operazione che ricorda molto chi a livello nazionale pensa di risolvere il problema terrorismo e microcriminalità rispedendo a casa immigrati e “comunitari” poco graditi.
Va inoltre detto che la questione riguarda tutto il litorale nord di Roma e non solo Ladispoli, ma ieri è quest’ultima ad aver pagato il prezzo maggiore in quanto città nella quale i malviventi sono riusciti più facilmente a proliferare con le loro attività.
Scrivevo il 19 giugno 2015, nel silenzio più totale a due giorni dall’arresto dei malviventi balzati alle cronache ieri, un editoriale dal titolo “Inchieste sul litorale, quando la cronaca indica la Luna e la politica vede solo il dito”:
E’ sicuramente un brutto momento quello che sta vivendo il litorale nord di Roma. Inchieste ed arresti roboanti stanno delineando un quadro inquietante nel quale è assordante il silenzio della politica, da sinistra a destra. [..] Nessuna dichiarazione nemmeno sulla brillante operazione della DIA di Roma, che ha portato all’arresto di esponenti della camorra residenti a Ladispoli e facenti capo al clan dei Giuliano, nonostante tra la gente serpeggia il commento “la camorra a Ladispoli? la scoperta dell’acqua calda”. Eppure sempre personaggi di origine campana avevano nel dicembre scorso aggredito per strada il sindaco Paliotta, fatto non collegato al primo anche se sono presenti analogie quantomeno nel modus operandi di certi personaggi.
La politica trovi il coraggio di prendere di petto il problema. Il Pd stamattina, forse distratto, ha descritto la giornata di ieri come “Il giorno delle manette”. Le manette però non hanno tintinnato ieri, le persone erano già agli arresti, ma lo scorso giugno nel silenzio più totale della politica.
Si parli di criminalità organizzata per la formazione di una cultura della legalità. Intervenire quando ormai il nome della città è sui giornali nazionali è troppo tardi, a quel punto gli unici che possono intervenire sono gli addetti delle forze dell’ordine e la Procura della Repubblica, a cui va il doveroso riconoscimento per quanto fatto ieri e nei mesi scorsi.
La risposta secca va data a chi ieri, mentre gli veniva sequestrata casa, urlava “Quello che fanno oggi a noi 1.000 volte a voi”
