
Hemingway con uno dei suoi gatti.
Ernest Hemingway Collection, JFK Presidential Library and Museum
di Ginevra Amadio
Languido, sornione e schivo. Flessuoso, elegante e fiero. Il gatto è l’animale più enigmatico e impenetrabile di sempre, custode di misteri ieri e oggetto di culto oggi. Chi lo ama lo erge a divinità, come nell’Antico Egitto si usava attribuirgli le fattezze della dea Bastet. Tigre in miniatura, attraversa le stanze del nostro appartamento con fare altezzoso, si strofina sulle gambe in attesa di carezze e con incredibile facilità si lascia viziare dai padroni già andati in estasi. «Chi non ha mai guardato in quegli occhi» scrive Anna Maria Ortese «non ha mai visto nulla di divino, per quanti possano essere gli altari a cui si sarà inginocchiato» e, se non è pace (o benevolenza) quella che il gatto emana, è allora puro fascino ipnotico di pupille verticali. Sarà forse per quella calma che si alterna all’impeto o per la dolcezza frammista all’aggressività che quest’animale si è conquistato, col tempo, le parti migliori della storia dell’uomo, assurgendo quasi a suo alter ego dalle mille sfaccettature. Ne è convinta Stéphanie Hochet, autrice di un Elogio del gatto ospitato in sordina sugli scaffali delle librerie (è uscito il 14 aprile per i tipi di Voland, 10€) e acuta osservatrice del benigno morbo gattesco che attanaglia l’umanità, a partire da quella culturalmente elevata. Già, perché scrittori, poeti ed artisti hanno riempito le loro opere di quell’anima felina che finisce per ridisegnare i contorni di chi vive fianco a fianco con l’animale del mistero, ne conosce i gesti , forse persino gli umori e ne condivide smanie e desideri di libertà. Il gatto, spiega Hochet, «non è completamente selvaggio, né del tutto addomesticato, somiglia a quegli artisti che vogliono essere liberi di inventare, di creare seguendo la loro fantasia» ed è per questo che invade pagine e serpeggia tra versi diventando uno dei soggetti prediletti della letteratura di ogni tempo.
È con le parole di Guy de Maupassant che Stéphanie Hochet tratteggia l’essenza dell’essere felino, dando il via a quel vivace elenco d’autori che hanno eletto almeno una volta il gatto a protagonista assoluto: «È a casa dappertutto, visto che dappertutto può entrare, l’animale che passa senza un rumore, vagabondo silenzioso, errante notturno dei muri vuoti. Va dove vuole, visita il suo territorio come gli pare, può dormire su ogni letto, vedere tutto e tutto sentire, conoscere i segreti, le abitudini e le vergogne di casa». È orecchio indiscreto e acuto osservatore, a volte giustiziere (in)consapevole (nel racconto di Edgar Allan Poe, grottesco e arabesco non solo nel titolo) e coraggioso avventuriero dalle sembianze antropomorfe (vedi alla voce fratelli Grimm, padri del leggendario gestiefelte Kater). Pur discendendo da un antenato altamente spaventato dall’essere umano, il gatto domestico ha creato uno dei più profondi legami tra uomo e animale, tanto da far dire a William S. Burroughs che «noi siamo il gatto che è in noi». Francesco Petrarca voleva sempre con sé la micia Dulcina, Elsa Morante dedicò alla sua versi d’amore («Ho una bestiola, una gatta, si chiama Minna. (…) Il cielo, per armarla, unghie le ha dato, e denti: / ma lei, tanto è gentile, sol per gioco li adopra») prima di affidarla all’amica Natalia Ginzburg in punto di morte. Non stupisce l’affetto di Ernest Hemingway verso queste creature solitarie e libere per cui nella finca di Cuba aveva fatto costruire un’intera torre: «I gatti dimostrano di avere un’assoluta onestà emotiva. Gli esseri umani, per una ragione o per l’altra, quasi sempre riescono a nascondere i propri sentimenti. I gatti no».
Théophile Gautier, animalista ante litteram, in Serraglio privato scrive che «non è semplice conquistare l’amicizia di un gatto. Egli è un filosofo, calmo, tranquillo, una creatura abitudinaria, amante della decenza e dell’ordine. Non concede facilmente il suo sguardo e, sebbene possa acconsentire ad essere il vostro compagno, non sarà mai il vostro schiavo». Aggiungendo la chiosa «Chi potrebbe pensare che non ci sia un’anima dietro a quegli occhi lucenti?» l’autore francese apriva la strada alle divagazione assai successive dello scrittore-sciamano Natsume Sōseki che, in Io sono un gatto, provò addirittura ad entrare nella testa del felis silvestris catus descrivendolo con insolito atteggiamento filosofico. E ancora Mark Twain, Rebelais, Doris Lessing. Colette rese la Gatta straordinario emblema di femminilità, immaginando un triangolo amoroso sui generis con presenza felina. Non è un caso, dunque, che la Hochet usi lo schema letterario per esaltare lo sguardo magnetico dell’animale elegante, detentore di un voluttà paragonabile a quella dei sensi: «Dire di una donna che è una bellezza felina è sottolineare la sua femminilità, eccitare la curiosità e il desiderio. Infatti, in diverse lingue, il termine generico per indicare il gatto è un femminile. In latino: feles, felis; o in tedesco: Die Katze. E in francese la chatte, maliziosamente, non indica solo una micia… Il gatto, insomma è femmina: ammalia, seduce, esaspera, confonde». Sarà per questo che di fronte a loro ci sentiamo estasiati, come un profumo di donna che inebria e stordisce. E, sebbene non siano fedeli come ci aspetteremmo, torniamo sempre da loro, pronti a coccolarli sulle gambe piegate e a renderli re della nostra dimora.
