Ucraina: Michele Trincia, l'uomo in rosso che aiuta i profughi alla stazione di Berlino • Terzo Binario News

L’imprenditore italiano vive in Germania da tempo: ci arrivò la prima volta da studente universitario partendo da Santa Marinella

Alto, in mezzo alla folla, spicca per il suo abbigliamento tutto rosso, con tanto di giubbotto Ferrari, che significa che lui parla varie lingue e soprattutto il russo.

E’ l’italiano Michele Trincia. Da diversi giorni accoglie i profughi che dall’Ucraina arrivano nella stazione di Berlino, la capitale europea a loro più vicina.

Per Trincia, 66 anni, Berlino è l’ultima tappa di una vita incredibilmente avventurosa iniziata partendo da Santa Marinella, dove è cresciuto con i suoi genitori (sua madre Velia fu preside della scuola media) e i suoi tre fratelli. Tra cui Stefano, giornalista scomparso poco tempo fa, a cui è stata dedicata la Casina Trincia.

Riassumere la storia di Michele è impossibile: arrivato nella Germania dell’Est con una borsa di studio universitaria da Roma, si è laureato in germanistica a Lipsia. Qui si è sposato e ha avuto il primo figlio, Pablo. Poi un passaggio a Milano lavorando, a nemmeno 30 anni, come amministratore delegato di una società con rapporti con la Germania Est. Nell’89, col crollo del muro di Berlino, decide che il futuro parla russo e quindi lo impara, con una full immersion di tre mesi a Mosca. Dove si trasferisce con la sua nuova compagna tedesca. D’ora in poi è tutto un comprare e vendere società, fino a quando decide di voler far nascere i figli in Italia. E quindi eccolo a Pesaro, dove sua moglie aveva studiato da ragazza e dove nascono i loro tre figli. Siamo nel 2000: crea tre società che lavorano con Russia, Ucraina e Kazakistan, gestendo fino a 100 persone. Poi il ritorno a Berlino.

“Va tutto alla grande fino al 2016 – racconta -, all’indomani dei miei 60 anni decido di liquidare tutto. Faccio investimenti immobiliari e penso: cosa posso fare per divertirmi? Allora apro due ristoranti. Ma alla lunga l’impegno è esagerato e infatti il 30 marzo li lascerò”.

“Sono tornato in Italia, da quelle parti parecchi anni fa per una rimpatriata con i miei compagni di liceo (il Classico Guglielmotti di Civitavecchia) e poi a Santa Marinella proprio in occasione dell’inaugurazione della Casina Trincia, nel 2019. Tra l’altro in concomitanza con l’uscita del primo libro di mio figlio maggiore Pablo” racconta Michele al telefono, in viva voce mentre, guida verso casa.

Giusto un paio d’ore prima di rimettersi al lavoro, con i suoi tre giovani collaboratori, amici dei figli, che lui chiama “Caronti”, perché lo aiutano a “traghettare” in salvo gli ucraini, soprattutto donne, bambini e anziani che scendono dai treni.

Cosa fanno Michele e i suoi ragazzi, lo ha raccontato lui stesso anche a Daria Bignardi, su Radio Capital. “Con mio figlio Pablo ho pensato: facciamo una cosa sola ma facciamolo bene – spiega -. Quindi abbiamo prenotato 156 camere in un albergo di fronte alla stazione centrale, non avrei avuto modo di organizzare spostamenti più lontani. Io sto qui, tutto il giorno, tutti i giorni, chi arriva mi chiede, io spiego. I miei ragazzi li portano lì. Non avete idea di quello che significa per questa gente che ha fatto giorni e giorni di treno. Uscendo di casa spesso in ciabatte e con un paio di mutande in una busta. Volevano solo scappare. Sono stati catapultati da realtà, spesso di campagna, arrivando in una città così grande che molti di loro non avevano mai visto”.

“Dovreste vedere le loro facce quando entrano in una camera con un letto e asciugamani puliti, un bagno dove farsi finalmente una doccia – racconta –. Il problema che io posso dargli solo questo, uno o due giorni di comfort e un sorriso. Quando mi chiedono “e poi?”, io non ho strumenti per rispondergli. Ci sono quelli che hanno parenti in Germania e li aiuto a raggiungerli, ma tanti mi chiedono di volersi registrare per poter lavorare. Io posso dar loro qualche soldo, poi gli rispondo adesso godetevi il momento, al futuro ci penserete poi”.   

Il sistema messo in atto da Michele è, come dice lui stesso, molto “all’italiana”: “Mi dovrei registrare, ufficializzare in qualche modo – spiega – invece vado a braccio. Cerco di dare retta al maggior numero di persone possibile. Anche se non sempre posso. Difficile sistemare, per esempio, le molte famiglie Rom che vivevano in Ucraina: mi chiedono di poter stare tutti insieme, ma sono anche 15 persone! Io ho coinvolto alcuni miei amici benestanti che hanno messo a disposizione degli appartamenti dove poter sistemare i gruppi”.

In tutto questo ci sono anche dei momenti di gioia e allegria. “Come quando – racconta -, appena iniziata la mia avventura sono andato alla frontiera in auto per prendere quattro persone da portare a Berlino. Il quarto a voler salire era un armeno che mi ha chiesto, in russo “Mi dai uno strappo a Madrid?”. Gli ho risposto “Ma che dici, sai dove sta Madrid?”. Però, con lui con le lacrime agli occhi che mi implorava di voler raggiungere una nipote, l’ho fatto salire”. “In dieci ore di viaggio – continua Michele – parlando in russo, è nato un legame incredibile. L’ho messo su un treno per Parigi e poi ho chiamato la sua parente in Spagna che lo andasse a prendere. Si sono ritrovati: mi ha mandato la foto”.

E poi che dire dello stratagemma che s’è inventato per reperire passeggini: “Mi sono iscritto a una chat di mamme berlinesi col nome di Michela!”.

Naturalmente il sistema-Trincia ha bisogno di sostegno, soprattutto economico. E si può fare attraverso la pagina Instagram o Facebook di Pablo Trincia, giornalista specializzato in podcast, “L’albergo è pieno fino al 20 – chiarisce Michele -.  Dopo quella data daremo le istruzioni su cosa fare”.

Pubblicato venerdì, 11 Marzo 2022 @ 16:57:41     © RIPRODUZIONE RISERVATA