Paura, forza e condivisione: gli 85 giorni nel reparto Covid del San Filippo Neri - Terzo Binario News

Il professor Triolo: “Rimarrà un’esperienza unica, in tutti i sensi”

di Claudio Bellumori

Ottantacinque giorni. Ore, minuti, secondi tra pressione, timori ma anche consapevolezza. Domani, sabato 19 giugno, chiude il reparto Covid dell’ospedale San Filippo Neri. Un intero padiglione – palazzina D – è stato dedicato a pazienti positivi. Il 28 marzo è partito un primo reparto di venti posti letto a bassa e media intensità, dal 1 aprile si è aggiunto uno totalmente dedicato alla medio-alta intensità con dieci posti letto. Via via ne sono stati attivati altri due, di venti posti letto ciascuno.

Luca Triolo, dirigente medico della UOC di Pneumologia nella Asl Roma 1, ha diretto il presidio Covid del San Filippo Neri: “La vita è cambiata il 20 marzo, quando siamo stati informati di essere entrati nella rete regionale assistenziale”. E in una settimana è avvenuto l’allestimento.

Oltre un centinaio gli operatori coinvolti: team multidisciplinari composti da pneumologi, internisti, cardiologi, anestesisti e rianimatori, radiologi, infettivologi. Un obiettivo: operare con la massima sicurezza. Così sono stati definiti percorsi interni e la segnaletica. Un padiglione svuotato, i percorsi di entrata e uscita. Ma anche la formazione del personale sull’uso corretto di maschere, tute e guanti.

Uno sbalzo improvviso rispetto alla quotidianità, dove il mutamento degli stati d’animo era continuo, tra paura e forza reciproca. “Inizialmente c’è stato uno smarrimento – ha confessato il professor Triolo – poi gradualmente si è creato nel gruppo entusiasmo, oltre alla condivisione delle rispettive conoscenze ed esperienze”.

“Ci siamo accorti, giorno dopo giorno, che stavamo facendo qualcosa di straordinario – ha evidenziato – personalmente, da un punto di vista professionale, rimarrà e rimane un’esperienza unica, in tutti i sensi”.

Allo stesso tempo è stata avvertito un aspetto, per nulla trascurabile: “Nelle difficoltà abbiamo gli strumenti per affrontare le situazioni. Ciò non significa auto-referenzialità, ma è un qualcosa che dà forza e spinta per affrontare l’immediato futuro”.

Una storia, una bella storia di sanità pubblica da raccontare: “Ogni giorno ero in contatto con i parenti dei pazienti. Una cosa che noi medici facciamo sempre. Stavolta, però, si è creata un’empatia, una fortissima empatia. Stavamo facendo qualcosa di riconosciuto. Da tutti”. E questo ha fatto la differenza.

Pubblicato giovedì, 18 Giugno 2020 @ 13:06:57     © RIPRODUZIONE RISERVATA