"Non è possibile uscirne vivi": parlano le vittime dei Casamonica - Terzo Binario News

Venti misure cautelari in carcere, una agli arresti domiciliari, due obblighi di dimora. Questo il risultato dell’operazione Gramigna 2 che ha colpito il clan Casamonica. Nell’ordinanza del gip, Gaspare Sturzo, emergono responsabilità legate a usura, estorsione, intestazione fittizia di beni, spaccio di stupefacenti. Ma soprattutto, sono evidenti le testimonianze delle vittime, decisamente più collaborative rispetto al passato.

Tra queste, emerge un passaggio di un commerciante: “Non è possibile uscirne vivi, ultimamente sono arrivato al punto di fare cattivi pensieri relativamente alla mia vita”.

Così un’altra testimonianza: “Per anni ho tollerato il fatto che i Casamonica non pagassero quanto dovevano, così come facevano e fanno tutti gli esercenti che operano in quella zona”. In un supermercato “prelevano merce senza pagare e alla cassiera riferiscono che pagheranno successivamente”.

C’è dell’altro, che spiega un determinato modus operandi: “Mi sale la rabbia, perché questi soggetti adottano espedienti psicologici per indurti in qualche modo ad accettare le offerte commerciali che loro propongono abbassando notevolmente il prezzo di vendita al pubblico. Preciso, se un bene al pubblico lo vendo cinquemila euro e loro hanno deciso che devono prenderlo, vengono con cento, duecento euro in contanti e iniziano una trattativa infinita fino a sfiancarti al punto che, per toglierteli di mezzo, cedi e glielo consegni, con la promessa di ricevere la differenza in un secondo momento. Questo secondo momento, poi, magari non arriva più e ti ritrovi con quattromila e ottocento euro di differenza di incasso mancanti“.

Non solo: “Un altra tattica dei Casamonica è quella di farmi fare dei preventivi, tutti superiori a diecimila/quindicimila euro. Oggi vi dico che sono tutti pretesti, perché fanno dei preventivi di complementi di arredo che non hanno un senso logico per arredare una casa. Magari ti chiedono due sedie fatte in un altro, due tavoli diversi nello stesso salone, due armadi di una camera da abbinare con un comò completamente di diverso stile. Insomma, tutto per superare almeno un importo di quindicimila euro. Ti mettono mille/duemila euro tra le mani per forza, anche se tu gli dici che è inutile perché ci vorrebbe del tempo per ricevere la merce. Sono talmente insistenti che quando ce l’hai al negozio, pur di mandarli via, te li prendi. A questo punto quando tu gli chiami e gli dici che la merce ordinata ha un valore notevolmente superiore al minimo acconto che hanno dato, invitandogli a tornare al negozio per restituirgli l’acconto e interrompere la trattativa, loro adottano un altro espediente; cioè non vengono a prendersi l’acconto subito ma prendono tempo. Poi tornano di nuovo al negozio e ti chiedono se possono riavere i loro soldi. Se tu gli rispondi che non ci sono problemi, trovano una scusa per non prenderseli. Se invece, come è accaduto, qualcuno di loro mi ha chiesto l’acconto indietro ed in quel momento per un qualsiasi motivo non era possibile per me ridarlo, scattava l’ennesimo stratagemma, ovvero iniziano insistentemente a dirti che hanno bisogno subito di questi soldi perché devono immediatamente definire una loro operazione commerciale. In questo momento sei entrato nella loro tana psicologica perché il fatto che, per tua indisponibilità in quel momento a restituire l’acconto, loro non abbiano potuto portare a termine quella che loro assertivano essere un’operazione commerciale, li mette nelle condizioni di dirti che sei il responsabile del loro fallimento commerciale, ponendoti in una condizione di assoggettamento psicologico”. Vale a dire: “Iniziano a chiederti quello che c’hai in tasca, ogni ora fino a quando non finisce la giornata. Diciamo che fino alla fine della giornata lavorativa sei riuscito a restituire loro magari la metà dell’acconto versato. A questo punto ti dicono che sono riusciti ad avere soldi in prestito, dell’importo pari alla caparra che io gli dovevo dare, da un’altra persona e che non possono fare a meno di prenderli in prestito, perché devono concludere l’operazione commerciale che loro dicono di avere tra le mani, ma questo prestito che loro dicono di aver ricevuto è costato a loro mille euro di interessi da restituire il giorno dopo. E questi mille euro li addebitano a te”.

Quindi: “Il giorno che ti vengono a chiedere la caparra che tu non puoi restituire, ti è costata: contante pari a un quarto o la metà della caparra che sei riuscito a dargli fino alla chiusura serale dell’attività, più la caparra per intero, più gli interessi asseritamente applicati dal terzo creditore a cui si sarebbero rivolti loro. Ma siccome queste operazioni avvengono sempre sistematicamente il venerdì pomeriggio e tu dovresti restituire loro la caparra più gli interessi entro la mattina del sabato, succede che non potendo soddisfare le loro richieste entro quel termine, il capitale viene ulteriormente maggiorato di interessi. In pratica, il lunedì mattina ti ritrovi a saldare un debito di cinque/seimila euro ma se tu il lunedì mattina non hai quell’importo in contanti da potergli dare, ecco che qui scatta la rateizzazione del debito che, ovviamente, comporta interessi. Questo non è un gioco. È pura verità. I Casamonica oggi non fanno più usura con le minacce perché sanno di poter essere intercettati o di essere denunciati. Adesso esiste la tecnica del ‘mancato guadagno’. Sono tutti collegati tra loro. Fanno bene i giornali a definirlo un clan”.

Pubblicato lunedì, 15 Aprile 2019 @ 17:29:30     © RIPRODUZIONE RISERVATA