Ladispoli, corsi di romeno: i genitori hanno problemi che i figli nemmeno si pongono - Terzo Binario News

integrazioneA lungo ho riflettuto in queste ore sulla polemica riguardo l’insegnamento  di un’ora di lingua romena in due scuole a Ladispoli.

Contestazioni razziste, pregiudizi, luoghi comuni o ostentazione di eccessivo zelo e tolleranza? Questi i dubbi da sciogliere nella mia, ma anche nella mente di tanti cittadini che si stanno interrogando su questo argomento.

Dubbi che si sono risolti ponendomi quest’altra domanda: se invece di un’ora di romeno si fosse insegnata un’ora di portoghese avremmo assistito allo stesso circo mediatico?

La risposta è chiaramente no e lo testimonia il fatto che la Melone da anni impartisce un’ora settimanale di ulteriore lingua straniera. Parliamo in fondo di un’ora a settimana, quella che secondo alcuni limiterebbe l’insegnamento di materie ben più importanti. Eppure sfogliando i commenti sui social network c’è da dire che molti genitori che sono scampati “dall’indottrinemento del romeno” non usano l’acca o i congiuntivi meglio dei loro figli, nonostante abbiano beneficiato di un’ora in più di italiano.

Qualche mamma ha sostenuto che la lingua romena è brutta. Anche a me non suona gradevolissima, anche se il tedesco mi suona ben più sgradevole seppur parlato dallo stesso numero di persone nel mondo. Su tutti a gradevolezza avrei preferito di gran lunga il francese. Mio figlio sarebbe molto più figo se sfoggiasse un accento d’oltralpe e poi vuoi mettere quanto sarebbe per lui utile conoscere il francese in quelle due volte che nella vita andrà in vacanza a Parigi?

Siamo una generazione di nativi razzisti, mentre i nostri figli nascono nativi multiculturali. Basterebbe passare qualche ora con i propri figli in classe per capire che la paura del diverso l’abbiamo noi e non loro. Assisteremmo a genitori scandalizzati che il proprio figlio si fidanza con la bionda bimba immigrata o che la propria figlia scambia un pennarello con una compagna di colore. Se solo i genitori si rendessero conto che tutti i giorni i propri figli mordono gli stessi pennarelli, si scambiano germi con le stesse costruzioni, c’è rischio che qualcuno da domani non verrà mandato più a scuola.

Alla Melone si fa un’ora di ulteriore lingua da anni, anche di romeno e non ha mai fatto male a nessuno. A Ladispoli c’è una grande comunità romena, il 20% della popolazione, un abitante su 5 non è di origine italiana o non ha genitori di origine italiana. Scegliere il romeno non è casuale, significa anche stimolare una famiglia italiana ed una romena a passare un’ora insieme per far correggere al proprio figlio i compiti di romeno e viceversa.

Sui social network al netto degli attivisti politici sono completamente assenti da questo delirante dibattito tutti gli under 25. Sotto quell’età questa discussione sull’integrazione è pressoché incomprensibile perché al bar o in piazza i ladispolani sono già integrati con i giovani “stranieri”. La città nella sua componente giovanile è già modello di integrazione e non ci rendiamo conto di questo. Una integrazione che avrà compimento probabilmente con il passare naturale delle generazioni.

I genitori escano una volta per tutte dalla sindrome della Montessori, dal pensare che loro sanno quanti compiti le maestre devono dare, cosa devono insegnare, come devono insegnare. Chi non crede nel modello educativo di una scuola la cambi, se non crede proprio nella capacità dei docenti e della scuola in Italia tenga il proprio figlio a casa. L’ingerenza dei genitori a scuola è un fenomeno negativo e diseducativo nei confronti in primis dei ragazzi, che distorcendo i ruoli triangolano i loro problemi facendosi scudo dei propri genitori, mentre i genitori sono un anello del percorso educativo scolastico.

Una volta nei momenti di ricevimento con i genitori erano i professori che illustravano la situazione degli alunni, ora sono i genitori che raccontano ed elogiano i pregi dei propri figli. Non funziona così.

Lasciate fare la Corrado Melone. Pubblicando quotidianamente il resoconto delle iniziative (scritto quasi sempre dai ragazzi) si intuisce quale bagaglio di esperienze portano gli alunni che la frequentano. Passano lezioni a scrivere lunghi articoli per il nostro giornale, anche se da grande il 99% di loro non farà di mestiere il giornalista. Un’attività per imparare a scrivere? In minima parte si, ma soprattutto un modo per prendere coscienza e metabolizzare le iniziative svolte  a scuola.

Lasciamo ai politici il teatrino e sforziamoci di capire che la nostra cultura non è quella dei nostri ragazzi e chi insegna non ha bisogno di lezioni da noi genitori.

Pubblicato domenica, 4 Ottobre 2015 @ 10:24:21     © RIPRODUZIONE RISERVATA