Cosa prevede l'accordo sul clima di Parigi - Terzo Binario News
LaPresse/Reuters

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di Ginevra Amadio

Quella del 22 aprile 2016 è una giornata che, per usare le parole del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon, «può essere definita storica». Si è scelto l’Eart Day per firmare l’accordo sul clima raggiunto alla Cop21 di Parigi lo scorso dicembre, dando inizio alla fase operativa con l’endorsement ufficiale da parte dei governi. I leader di 175 nazioni hanno posto la firma durante la cerimonia ufficiale al Palazzo di Vetro puntando l’attenzione sulle giovani generazioni e le responsabilità attuali nell’evitare cambiamenti climatici devastanti. Simbolica l’immagine del segretario di Stato Usa John Kerry con nipotina in braccio, forti le parole del premier italiano Matteo Renzi sulla «sfida di oggi» che equivale a «chiudere gli occhi un attimo e immaginare i nostri figli e nipoti». Alla firma dovranno seguire le ratifiche, non necessariamente parlamentari, e l’accordo entrerà in vigore dopo che queste saranno state realizzate da 55 paesi rappresentanti almeno il 55% delle emissioni globali. C’è tempo ancora un anno per aderire, nella speranza che Cina e Stati Uniti – che insieme rappresentano oltre un terzo delle emissioni totali di CO2 –mantengano gli impegni. Certo, ambizione e limite dell’accordo sembrano andare di pari passo, considerando che, se da un lato si «stabilisce il primo regime universale e non transitorio sul clima» (Todd Stern, che ha condotto i negoziati per conto di Barack Obama), dall’altro la genericità di molti piani nazionali appare evidente, così come il carattere non vincolante degli impegni assunti. Con Parigi cambia ben poco eppure, paradossalmente, si fa un passo avanti su tutto; per la prima volta, infatti, c’è un accordo che coinvolge l’intero pianeta, che monitora e incentiva le politiche sul clima e che, soprattutto, traccia un percorso futuro per porre un freno importante al surriscaldamento globale. Ecco i punti chiave del documento che, in sole trentuno pagine, stabilisce l’impegno del mondo ad azzerare le emissioni di gas serra nella seconda metà del secolo.

  • Aumento della temperatura entro i 2 gradi
    Una volta adottato e applicato l’accordo, i piani nazionali dovrebbero prevedere il contenimento del surriscaldamento globale entro un tetto di +2 gradi centigradi, cercando di puntare addirittura l’asticella a +1,5 gradi. Per centrare tale obiettivo è necessario che le emissioni inizino a calare dal 2020. Un significativo passo avanti rispetto alla conferenza sul clima di Copenaghen del 2009, quando i circa duecento paesi partecipanti si limitarono a contrarre impegni affinché l’aumento della temperatura globale venisse limitato rispetto ai valori dell’era preindustriale.
  • Revisione ogni 5 anni
    Se da un lato si è lasciato ai singoli governi il compito di fissare misure e interventi, dall’altro è stata creata un’architettura istituzionale per monitorare tali politiche. Il testo prevede infatti un processo di revisione degli obiettivi da svolgersi ogni cinque anni, con il primo giro di controllo già fissato al 2018, quando si chiederà agli stati di aumentare il taglio delle emissioni per arrivare al 2020 con la richiesta di nuovi e più stringenti limiti.
  • 100 miliardi di dollari l’anno ai paesi poveri
    L’accordo prevede il versamento, da parte dei paesi industrializzati, di cento miliardi all’anno (a partire dal 2020) ai paesi più poveri, per aiutarli nello sviluppo sostenibile contenendo così l’emissione di gas serra.
  • Meccanismo loss and damage
    Il documento tiene in considerazione la questione dei danni causati dagli effetti del cambiamento climatico, specialmente nei paesi in via di sviluppo. Il meccanismo loss and damage si aggiunge agli sforzi già effettuati sul fronte della mitigazione e dell’adattamento e crea una sorta di “fondo di emergenza” per far fronte ai potenziali effetti disastrosi che vari fenomeni climatici causeranno in futuro ai paesi ed alle popolazioni più vulnerabili.

L’Unione europea ha fissato l’obiettivo di tagliare il 40% delle sue emissioni entro il 2030, anche se la composizione in 28 paesi potrebbe rallentare non poco la ratifica dell’accordo. La Cina si è impegnata, grazie all’asse Obama-Xi Jinping sull’ambiente, a ridurre le emissioni entro il 2030, promettendo la ratifica prima del G20 di settembre. Punto non poco critico quello dell’India, il paese più restio a prendere impegni vincolanti considerando il suo programma di sviluppo industriale ampiamente basato sul carbone. Annunci di espansione del solare ce ne sono, ma la posizione del colosso asiatico resta vaga e non poco preoccupante. Del resto il dubbio chiave dell’accordo di Parigi è la presa di posizione sui combustibili fossili, rispetto ai quali si è preferito navigare nel generico poiché il raggiungimento dell’obiettivo dei due gradi prevedrebbe l’inutilizzazione di dei due terzi delle riserve attuali di carbone, gas e petrolio, ovvero l’azzeramento di migliaia di miliardi di dollari. Ma la tenuta dell’accordo potrebbe essere minacciata soprattutto da futuri sviluppi politici che vedono in un paese chiave come l’America il principale punto interrogativo della questione. Obama ha preso l’impegno di tagliare tra il 26 e il 28% i gas carbonici, ma le sue posizioni ambientaliste sono osteggiate dalla destra locale e dalla Corte suprema. Se nel 2017, inoltre, dovesse arrivare alla Casa Bianca un presidente repubblicano, l’accordo di Parigi imploderebbe sotto il peso del qualunquismo e dei finanziamenti delle aziende petrolifere.

Pubblicato martedì, 26 Aprile 2016 @ 11:34:58     © RIPRODUZIONE RISERVATA