30032017Headline:

Troppe voglie di “exit” per mancanza di dialogo

di Santo Fabiano

santo-blog-pagC’é in giro una strana voglia di “exit”. L’ha manifestata il Regno Unito, che nell’occasione, visto che c’era, ha perso la voglia di restare unito e si avvia verso processi di “exit” “intra moenia” (così compensiamo l’inglese con il latino). La manifestano da tempo, anche se in modo scomposto e persino buffo (ricordiamo il rito dell’ampolla dell’acqua del Po) i leghisti, subito convertiti, all’occorrenza, in arroganti amministratori senza scrupoli, né vincoli etici (proprio come quelli che annunciavano di volere combattere). La manifestano i sedicenti oppositori interni del PD, tanto abili a sfornare argomenti per contrastare iniziative e riforme del loro premier, quanto a sostenerle e votarle, fino a esibirsi nella giravolta di quelli che propongono l’abrogazione della stessa riforma che hanno votato. La manifestano in modo palese, con maggiore coerenza, anche se con meno sostanza, gli appartenenti al Movimento 5 stelle che, della uscita da tutto, senza esclusione, fanno la loro battaglia primaria.

Ma il movimento dei transfughi non finisce qui. Certo, vengono in mente quelli che escono sul serio, i migranti, che affrontano rischi e pericoli reali per abbandonare aree geografiche invivibili, così invivibili da preferire l’ignoto e la scommessa esistenziale.

Ma perché tutto questo?

Apparteniamo a un mondo che si definisce civile; godiamo di un livello elevato di cultura e conoscenza; siamo tutti fruitori di tecnologie che amplificano i nostri orizzonti di informazioni e capacità; siamo in grado di entrare in contatto con chiunque in ogni momento; siamo capaci di spostarci senza limiti, in ogni parte del pianeta e forse anche oltre…Ma tutto questo non basta.
É come se improvvisamente nessun posto sia idoneo per ospitare le nostre radici e farci sentire “nella nostra taglia” (rubo la frase a un’amica che non vedo da tempo) e viene voglia di andare via, magari senza un progetto reale. Solo voglia di fuggire, fino al punto che anche la sola fuga sembra avere il fascino di un progetto, magari verso la prossima fuga senza progetto, è così via.
È come assistere a una sorta di “apolidia esistenziale” o di nomadismo sociale in cui tutti cambiano casa costantemente senza riuscire a trovarne una in cui fermarsi.

In una vecchia canzone di Paul Young si afferma “la mia casa é dove lascio il mio cappello”. Ma si tratta di un adagio di chi veste i panni di un personaggio romantico e immaginario, innamorato della sua condizione di viaggiatore senza meta. Certo non possiamo dire che tutti abbiano questa aspirazione. Eppure si fugge, si esce, si cambia, si lascia. Ma non sempre come scelta matura di progettualità verso una meta da conseguire: solo per fuggire da situazioni inappaganti o inadeguate o comunque inaccettabili.
E la fuga (l’exit) può essere persino la scelta coraggiosa di chi non intende rassegnarsi all’accettazione supina di condizioni che non consentono la realizzazione dei propri progetti o ideali o semplicemente di alimentare le proprie speranze.

Le ragioni possono essere diverse, ma la causa é una sola ed é sempre la stessa: la mancanza di dialogo e di “relazione identitaria”.
Se l’Europa avesse manifestato maggiore interesse alle istanze dei cittadini dei Paesi membri, sicuramente non saremmo arrivati alla richiesta degli “exit” e probabilmente vivremmo tutti in un contesto in cui potremmo riconoscerci e identificarci. Se il Presidente del Consiglio avesse avvertito il bisogno di costruire occasioni di dialogo e confronto con i propri interlocutori politici e sociali, forse non saremmo costretti a misurarci costantemente in contese elettorali che hanno il sapore di scontri di tifoserie. Se le istanze delle periferie o del mondo produttivo fossero prese in considerazione e non contrapposte alle logiche centraliste, forse avremmo un Paese che dialoga e si riconosce, senza il bisogno di buffi tentativi di secessione interna. Se la questione della legalità e della correttezza fosse avvertita in modo sentito e trasversale, forse eviteremmo lo scontro sociale e soprattutto la patetica contrapposizione tra forcaioli e delinquenti che ormai esprimono il “nuovo bipolarismo”.

Tutte le volte che si arriva all’exit si consuma la sconfitta della relazione e dell’integrazione. Ed é il sintomo di un sistema che si fonda sulla prepotenza e sulla indisponibilità di cambiare rotta.

Chi sta al potere o semplicemente chi amministra si comporta come se fosse in preda al delirio di onnipotenza e dimentica la funzione del proprio ruolo. E comanda, decide, impone, distrugge, come se fosse un gioco, anche con il sostegno di tifoserie che, per dirla con Flaiano, hanno l’aspetto di “intestini viaggianti”, senza alcuna pretesa di logicitá.

Strane dittature, senza nemmeno lo sforzo di un colpo di Stato, che tiranneggiano e impongono regole e condizioni palesemente contrarie al buon senso e al benessere collettivo e finalizzate a favorire amici, lobbies, circoli, ecc.

E chi non é d’accordo si può accomodare fuori.

Viviamo ormai in una condizione di assenza di “interlocutori”, cioé di soggetti disponibili al dialogo e in grado di portare a soluzione le istanze.

E non importa se porta istanze giuste e condivise. Non importa se sostiene interessi sani. Non importa se chi si oppone lo fa in difesa della correttezza e della legalità o della promozione di sviluppo e valori sociali: chi si contrappone, deve scegliere l’exit.

il “dialogo” non é più uno strumento della nostra democrazia occidentale planetaria. La logica e il buon senso, hanno lasciato il campo agli interessi concreti e immediati della “società dell’ingordigia” che, come gli orchi delle favole, mangia con avidità, senza alzare gli occhi dal piatto e morde chiunque si avvicini per difendere il proprio pasto.

… E come nelle favole, serve un Pollicino astuto che ci riporti a casa attraverso il sentiero giusto perché “exit” non é un programma, ma solo un gesto di ribellione.

4 luglio 2016 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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