23062017Headline:

Ti presento Nahida Khan, un’italiana col permesso di soggiorno

Nell’ultimo periodo si è parlato molto della cittadinanza per i figli dei migranti che nascono o crescono in Italia. Le opinioni sono molto diverse, come è normale che sia quando si parla di un aspetto fondamentale della società futura.

In Italia la cittadinanza non è un diritto, ma una concessione. Per richiederla, bisogna avere dei requisiti che sono di per sé una discriminante da non sottovalutare. Molti pensano invece che tutto avvenga in maniera automatica e quindi ritengono sia giusto che un bambino abbia la cittadinanza dei genitori e decida a 18 anni se prendere o meno quella italiana. Altri ritengono che sia inutile parlare di cittadinanza italiana per i migranti perché li vedono come presenze temporanee, che prima o poi torneranno nel loro Paese d’origine, inclusi i bambini nati in Italia che spesso neanche conoscono il luogo natale dei genitori.

Per giustificare l’opinione contraria alla cittadinanza per chi nasce in Italia da genitori stranieri, spesso si portano come esempio quei genitori che non vogliono che il proprio figlio diventi italiano, non considerando invece quelli che vorrebbero avere questa opportunità e ignorano il fatto che spesso non si tratta di un rifiuto ma di un impossibilità oggettiva, dato che molti Paesi non accettano la doppia cittadinanza.

Nonostante siano rispettabili tutte le opinioni, non si dovrebbe tuttavia perdere di vista l’essenziale: la tutela e l’interesse dei minori che sono italiani di fatto. Immaginiamo, per esempio, il caso estremo delle spose bambine o altre situazioni in cui i genitori stranieri di un minore nato e cresciuto in Italia decidessero di mandarlo nel loro Paese di provenienza, da dove non potrà tornare qualora lo volesse perché lo Stato Italiano non lo riconosce.

nahidaPer capire meglio la realtà di chi nasce in Italia da genitori stranieri, abbiamo voluto conoscere l’esperienza personale di Nahida Khan che rappresenta un esempio tipico di questa generazione di “italiani con il permesso di soggiorno”, comunemente chiamati migranti di “seconda generazione”. Figlia di una coppia mista (mamma marocchina e papà pakistano), Nahida è diventata cittadina italiana all’età di 18 anni, essendo nata e cresciuta a Roma dove ha finito l’intero percorso scolastico, laureandosi in Lingue e letterature straniere. Dopo diverse esperienze lavorative (redattrice di Tele Salute; pubbliche relazioni presso l’ENAC; receptionist per Roma URBE; insegnante di ligue; barista), stanca della precarietà e dello sfruttamento, ha deciso di prendersi una pausa per dare libero sfogo alle sue passioni che fino a quel momento erano rimaste degli hobbies. A Ladispoli dove abita stabilmente da tre anni, ha partecipato a un concorso di fotografia, vincendo il premio come migliore fotografia 2012 e miglior fotografa.

  • L’attuale legge italiana sulla cittadinanza è basata sullo ius sanguinis quindi non riconosce il diritto alla cittadinanza a chi non ha sangue italiano. Tu che sei figlia di una coppia mista, se a 18 anni non avessi avuto i requisiti per chiedere la cittadinanza italiana, dove saresti andata?

Io non avevo un mio Paese. È questo il problema per chi nasce in un posto e non ha la cittadinanza di quel Paese. Io sono nata, vissuta e ho studiato qui, non sarei potuta andare in Pakistan o in Marocco. Li consideravo luoghi per le vacanze estive, mentre la mia casa era qui, anzi, è qui. Anche oggi mi perseguita la paura che qualcuno si svegli un giorno e decida di togliere la cittadinanza ricevuta all’età di 18 anni dai figli di genitori non italiani. Non saprei cosa fare e dove andare. Fino a 18 anni, per chi nasce in Italia c’è una profonda crisi di identità. Personalmente mi sono sempre sentita appartenente all’Italia perché sono nata qui, parlo questa lingua, ho vissuto e partecipato agli eventi di questo Paese. La mia crisi d’identità era dovuta sia alla mancanza di un Paese di appartenenza che di una lingua. A casa si parlava italiano perché i miei genitori parlano due lingue diverse (marocchino e pakistano) ed inoltre coi parenti ho dovuto imparare l’arabo, il francese e l’inglese. Da una parte è una cosa meravigliosa per un bambino, ti apre la mente, impari le lingue, ma a un certo punto vieni sopraffatto da questa valanga di informazioni diverse tra loro. Io ho avuto un blocco a un certo punto e non ho più voluto parlare le lingue dei miei genitori. Mi sono detta: sono Nahida Khan, sono nata in Italia, i miei compagni sono italiani. C’è anche una forma inconscia, un bisogno talmente grande di essere accettata dall’esterno che hai un rifiuto e inizi la guerra coi genitori. In seguito, realizzi che le differenze sono una ricchezza, ma in quel momento non te ne rendi conto. Fino a quando non trovi finalmente la tua collocazione, vivi una guerra psicologica. Arrivi a 18 anni col fiatone. Ho vissuto il giuramento in maniera trionfante, ricordo la stanza e il funzionario con la fascia tricolore, la costituzione, l’aria solenne … mi sono sentita al settimo cielo. A 18 anni, dopo aver subito varie vessazioni mi sono detta: “Adesso sono italiana, nessuno mi può dire più niente, posso camminare a testa alta”. È stata un’illuminazione. Dura poco, ma è in quel momento che ti senti finalmente appartenente a qualcosa. È uno stato d’animo che poi può svanire perché le aspettative sono tante e ti scontri con tanti tipi di persone e i pregiudizi sono duri a morire.

  • Considerando la tua esperienza, il possesso della cittadinanza italiana faciliterebbe gli studenti non italiani nella vita di tutti i giorni? Tu hai mai avuto esperienze spiacevoli?

Prima di ottenere la cittadinanza, avevo bisogno del permesso di soggiorno e dell’avallo dei miei genitori per fare qualsiasi cosa come nel caso delle gite scolastiche all’estero. Non ci sono mai andata perché avrei dovuto fare la richiesta in Questura. Non tutti i genitori pensano di fare il passaporto al figlio e molti Paesi neanche lo rilasciano al minore. C’è un problema a livello burocratico, ma il bambino non si vuole sentire diverso rispetto ai compagni e anche se non ti prendono in giro loro, è il sistema che ti fa sentire diverso. Molti genitori non hanno tempo o voglia di fare tutta la trafila per poterti mandare in gita e alla fine rinunci, ma i tuoi compagni non capiscono. A quell’età cosa gli spieghi? Lo sbarramento è al livello burocratico, non ci sono facilitazioni. Una volta che hai la cittadinanza non ti cambia niente, rimani sempre straniero, ma sei più tranquillo.

  • Molti pensano che la cittadinanza sia un diritto che acquisisci automaticamente nel momento in cui dimostri un numero di anni di residenza continuativa, ignorando il problema dei requisiti che non tutti sono in grado di raggiungere o di dimostrare.

Non è così facile, devi avere tutti i requisiti in regola, alla perfezione, altrimenti la pratica viene respinta. Leggendo sul sito del ministero i requisiti necessari per la cittadinanza italiana, sembra tutto facile, basta fare la domanda alla Prefettura, invece in pratica, ti rendi conto che in Prefettura devi compilare una serie di moduli, pagare marche da bollo, portare tutti i documenti tradotti, legalizzati e in più copie. In pratica la burocrazia fa una differenza notevole di cui non ci si rende conto se non ci passi in prima persona. Inoltre, le cose cambiano continuamente e non in meglio. Ad esempio, recentemente è stato introdotto il pagamento di 200€ per la richiesta di cittadinanza.

  • Un aspetto sconosciuto è il requisito del reddito attuale e passato, che si dovrà dimostrare anche negli anni successivi alla richiesta di cittadinanza fino alla concessione della stessa.

Ai miei genitori è stata respinta la richiesta per questo motivo, nonostante le banche gli avessero concessero un mutuo per comprare la casa e avessero un lavoro e un reddito da non farmi mai mancare niente.

  • La cittadinanza in Italia non è un diritto ma una concessione, quindi non basta avere i requisiti per essere certi di riceverla.

È un labirinto che ti risucchia. Se sei fortunato ne esci fuori dopo qualche anno. È un falso mito perché puoi aspirare a fare la domanda, ma spesso non te la danno o devi aspettare 20 anni.

  • Nel tuo caso quale è stato l’iter?

Al compimento del diciottesimo anno di età feci la domanda. All’epoca mi chiesero come requisito la permanenza continuativa per almeno 10 anni in Italia; non esisteva neanche la tassa. Nel 1994, a febbraio, feci la richiesta e a settembre mi chiamarono all’anagrafe di Roma per fare il giuramento. È stata una semplice formalità rispetto all’iter seguito dai miei genitori, arrivati nel ’72 e che nonostante avessero comprato la casa nell’85, lavorassero e pagassero le tasse, la ottennero nel 2001 dopo aver fatto per 3 volte la richiesta. La prima volta, la richiesta fu respinta perché il reddito non fu considerato sufficiente. Nei ultimi due tentativi che fecero, si aggiunsero i problemi dovuti all’attentato alle Torri gemelle. Dato che mio padre lavorava all’Ambasciata Pakistana, misero sotto controllo il telefono di casa nostra.  Mi accorsi io che il telefono era controllato, parlando con le amiche. Fu una misura del tutto inutile perché non c’era niente da controllare. Rimasi segnata da quella esperienza e da altri episodi brutti come il fatto che a scuola un’amica non mi parlò più forse perché condizionata dai genitori. Mio padre ottenne la cittadinanza italiana nel 2001 e mia madre poco dopo.

Per me è stato facile rispetto all’odissea che devono affrontare ad esempio le figlie delle amiche di mia madre. Attualmente devi provare la tua permanenza in Italia, quindi se sei andato via per 6 mesi devi motivare l’assenza, devi dimostrare i requisiti di reddito e avere soprattutto un lavoro regolare e una casa.

  • Dov’è la tua casa?

La mia casa è dove sto bene. Ora sto bene a Ladispoli e quindi è questa la mia casa. Il mio senso di appartenenza non è materiale, è sempre emotivo. Io sono io, sono Nahida Khan e sono figlia del mondo. Secondo me siamo tutti uguali, abbiamo un unico Dio; io credo in Dio e prendo dagli altri tutto quello che mi può arricchire. Sono aperta a tutti. Può sembrare uno sfruttamento, ma io ho sete di conoscere e di condividere.

  • Quali sono i tuoi progetti per il futuro?

Vorrei utilizzare la mia esperienza e quella della mia famiglia per finire il libro che ho iniziato a scrivere circa un anno fa. Vorrei che la gente capisse che quello che conta è il bene comune e che siamo prima di tutto esseri umani, che i problemi sono universali e in un modo o nell’altro tutti viviamo la marginalizzazione. Vorrei che le parole integrazione e condivisione che uso sempre insieme, siano tangibili, reali. Spero di farlo con il mio esempio di vita.

Vorrei viaggiare tanto e fare molte fotografie. E’ proprio attraverso la fotografia che ho superato  i momenti difficili.

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4 aprile 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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