Rupi Kaur: poesia, Instagram e parole di miele - Terzo Binario News

di Ginevra Amadio

Sono due le direzioni che generalmente – secondo il senso comune – si usano prendere dinnanzi a un testo letterario: da un lato si guarda all’autore, dall’altra al lettore. Ci sono poi casi in cui tali percorsi si intersecano, creando un legame strettissimo in cui è altresì difficoltoso individuare il confine tra quanto si sta leggendo di un altro e quanto, in realtà, di se stessi.

La poesia è a tutti gli effetti il territorio privilegiato di tale incontro, perlomeno da quando ha smesso di essere la regina dei generi ed ha iniziato – dopo un periodo di parziale eclissi del gusto – a camminare tra i mortali e facendosi portatrice di un’espressione dell’io meno elitaria e incondivisibile. Se ne è parlato tanto, della crisi della poesie e della sua cannibalizzazione, della crescita spropositata di protagonismi e dell’uso bulimico ed improprio della citazione letteraria. Da un  lato le raccolte di versi “tradizionali” giacciono seminascoste negli scaffali bassi delle librerie, dall’altro nuovi e – a volte – talentuosissimi talenti emergono dal grigiore della società fast con mezzi moderni e decisamente non convenzionali: quelli che l’era dei social offre loro.

Tra questi temerari poeti della Rete c’è Rupi Kaur che, nell’immenso marasma di Facebook, Instagram e Tumblr, può a ben ragione dirsi la più sincera e valida scoperta. A cominciare dal fatto che in lei, per quanto possa sembrare impossibile, permangono due componenti intrinseche di quell’intreccio inscindibile cui si accennava prima: l’empatia e l’immedisimazione.

Ai versi di questa venticinquenne di origine punjabi, immigrata a Toronto quand’era bambina, ci si accosta con una naturalezza di cui sorprendersi. Ogni parola spontanea, ciascun “a capo” realizzato con il rischio della banalità sgombra il campo dagli scetticismi, dalle domande sul bene della poesia che per esistere, forse, avrebbe bisogno di altri posti. Ma può esserci un luogo eletto in una società in cui di versi letti e assaporati si rischia ogni giorno la totale sparizione? Rupi Kaur lo sa che la sua non è la poesia di cui nei circoli e nelle aule accademiche dissertiamo ad oggi con una crescente nostalgia. Sa che Instagram regala gloria ma anche oblio eppure resiste, a modo suo, per se stessa e per i lettori.

Il tre ottobre è uscito negli Stati Uniti il suo secondo volume, The Sun and Her Flowers ma è con Milk and Honey che la Kaur ha sconvolto il mondo della letteratura che, da territorio elastico qual è, ha accolto senza remore di sorta la semplice e immediata produzione di questa giovane donna consapevole. Lo stesso non può dirsi della critica pomposa, arroccata più che mai su posizioni tradizionali che lamentano la mancanza di sostanza finendo paradossalmente per elevarsi a paladina anacronistica di una forma che forse non esiste più. La prima poesia di Rupi Kaur ha ricevuto nel 2013 2.093 like su Instagram, l’ultima, postata il 15 novembre, 235.252. Versi brevi, senza complessità, che raccontano con coraggio la vita che vivono le donne.

rupi kaur

Le stesse che come lei vivono in una società in cui parlare del corpo femminile a volte è ancora un problema. Kaur nel 2015 fu censurata da Instagram per aver aver postato una sua foto di spalle con i pantaloni sporchi di sangue mestruale. Non volle scusarsi, e trovò la forza per continuare a parlare di sesso, masturbazione, violenze, traumi, tutte cose per cui «non c’era un mercato se raccontate attraverso le lenti di una donna Sikh immigrata dal Punjab».

Poi però Milk and Honey ha venduto un milione e quattrocentomila copie (in Italia il libro è pubblicato da Tre60) ed è stato per un anno intero nella lista dei bestseller del New York Times. L’amore, il trauma, la guarigione scaturiscono come immagini schiette e limpide da testi che constano a volte di un paio di versi, come un tweet, uno status su Facebook, il ritaglio piccolo e perfetto di un post di Instagram.

Ma la versificazione è minima non per sciatta imitazione dello sperimentalismo di un tempo, né per provocatorio rifiuto della tradizione tout court; ogni parola scava dentro, fa avvertire il dolore e gli si fa accostare. «Avevi tanta paura della mia voce che ho deciso di averne paura anch’io», perché alle donne viene insegnato ad aver timore di mostrarsi se stesse. O ancora, «Ero musica / ma tu avevi le orecchie mozzate» e «Sto imparando ad amarlo / amandomi» perché, in un mondo in cui «Ti hanno insegnato che le tue gambe sono un pit stop per gli uomini» è l’autostima, più che mai, il traguardo da raggiungere e il punto da cui ripartire per rinascere.

Nella tradizione punjabi il latte e il miele sono dei ricostituenti. Così la poesia: terapeutica, rinforzante, capace di insegnare che al dolore si può sopravvivere. I versi di Rupi Kaur regalano, prima di tutto, un conforto all’anima. Ed è forse vero che non è questo il compito precipuo della poesia ma il fattore umano, quello che oggi è sempre più relegato in secondo piano, fa della sua produzione un’ancora di salvezza in mezzo a un mare di arida formalità. Anche, e soprattutto, nel mondo della letteratura.

 

 

Pubblicato martedì, 21 novembre 2017 @ 16:24:42     © RIPRODUZIONE RISERVATA