Nella Milano di Robecchi il "Torto marcio" è un ritratto sociale - Terzo Binario News

torto marcio robecchidi Ginevra Amadio

Esistono autori di libri che non sono nomi o facce in bella posa sulla copertina. Autori che non scrivono a cadenza regolare per soddisfare gli appetiti delle case editrici e un apparato di produzione che non sa più che farsene del tempo speso e ragionato, volto a dar vita a testi spendibili umanamente, prima ancora che materialmente.

Sono autori che descrivono situazioni di un giallo atipico – perché molto italiano -, senza efferatezze e descrizioni di macabri assassini. Possiedono una penna capace di raccontare storie che non fanno alzare gli occhi dalle pagine, che è in grado di tratteggiare personaggi talmente semplici che alla fine sembra quasi di conoscerli, senza filtri separatori, solchi invisibili nello spazio tra l’essere e la finzione, tra il noi e il loro.

È il caso questo di Alessandro Robecchi, giornalista di testate nazionali oltre che autore televisivo e teatrale. Torto marcio è il suo ultimo lavoro, il quarto di una serie ambientata a Milano, quella di oggi, senza nebbia. Il protagonista, ancora una volta, è Carlo Monterossi, autore di un programma da tv spazzatura, quella che lui stesso definisce “Grande Fabbrica della Merda” senza riuscire, tuttavia, a venirne mai del tutto fuori.

Oltre a questo, però, Monterossi investiga, ed è amico del vice soprintendente Tarcisio Ghezzi, impegnato in un’indagine su tre morti eccellenti che reca una firma un po’ particolare, quella di un sasso poggiato sul cadavere. Una bella gatta da pelare, con gli organi di stampa pronti a dar orrida mostra di sé nelle loro pietose richieste di giustizia. Per non parlare della squadra mandata apposta da Roma, che costringe a relegare in un angolo – ma solo ufficialmente – il lavorio d’indagine dei poliziotti lombardi. Il quale finisce, in ogni caso, per essere solo un pretesto, un ben intessuto fil rouge che unisce e svolge le vicende personali dei personaggi: la Signora Rosa, moglie del Ghezzi, appassionata di CSI e costretta ad entrare suo malgrado nella squadra d’investigazioni; Katrina, la portinaia devota della Madonna di Medjugorje, uno strano detective privato un po’ venale ma efficacissimo, il sovrintendente Carella, i poliziotti di contorno, Monterossi e Bob Dylan fresco di Nobel.

Al centro di tutto, poi, ci sono ancora le enormi differenze sociali ed economiche che caratterizzano Milano, con le sue sfaccettature impossibili da sondare, specchio di una società che procede a compartimenti stagni, con classi distinte ma sempre più mobili, destinate a venire pericolosamente a contatto passando dal centro patinato alla periferia dei casermoni. E qui di nuovo, e in maniera ancor più matura, l’opera di Robecchi si tinge di tinte sociali, con sfumature che in un noir difficilmente ci si aspetterebbe di trovare. Le vicende dei suoi personaggi fanno da sfondo a un’indagine più seria e difficile da svolgere, quella dedicata alle diseguaglianze e all’impossibilità di distinguere, oggi più che mai, il bene dal male, la ragione dal torto. Il torto marcio, appunto.

Non si riesce a trovarlo, è difficile da attribuire in un miscuglio di maschere e rovesci di medaglia. Sicuramente però qualcuno, o qualcosa, lo possiede di fondo. Ed è l’ingiustizia sociale, quella di chi ha tanto e quando sbaglia se la cava lo stesso, e di chi non ha niente, o pochissimo, e paga anche per gli altri.

 

Torto Marcio
Alessandro Robecchi
Sellerio Editore Palermo
pp. 432, euro 15

Pubblicato lunedì, 27 febbraio 2017 @ 14:49:02     © RIPRODUZIONE RISERVATA