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“Incubo di una notte di mezza estate”, la riflessione di Silvia Leuzzi sullo spettacolo teatrale di Emanuele Bilotta

incubo diazIl 7 aprile si è tenuta la prima dello spettacolo Incubo di una notte di mezza estate ovvero Radiocronaca di una tortura, della compagnia LE CENERI DI ICARO, regista e interprete: Emanuele Bilotta.

Come indicato sulla copertina, l’argomento trattato sono gli avvenimenti tragici successi nel 2001 alla Scuola Diaz, durante i giorni del G8 a Genova.

È uno spettacolo fatto di buio, di ombre di maschere bianche, anonime. L’inizio è scandito dalla voce di una bambina che canta una canzoncina terribile, dove s’inneggia alla dittature e ai dittatori fascisti del Sud America, che i testimoni raccontano di aver sentito cantare durante il massacro alla Diaz, da alcuni poliziotti.

Il filo conduttore è un cronista della Radio popolare di Brescia, interpretato da Emanuele Bilotta, che coordina la diretta, effettivamente avvenuta durante quella notte di terrore. Poi ci sono le maschere bianche e tutte uguali che hanno in mano una torcia, la cui luce rappresenta il potere che acceca, che manipola, che reprime.

I monologhi sono tratti dalle testimonianze, nulla è frutto d’invenzione, la teatralità è scarna, violenta, a volte brutta, ma è proprio questa la caratteristica dello spettacolo, che non è una commedia, e che si prefigge come scopo quello suscitare nello spettatore le stesse sensazioni di orrore, di rabbia e terrore, provate alla Diaz e non solo, in quanto alcuni personaggi quale: la blackblock e il celerino sono i simboli viventi delle vittime di opposte fazioni di un’informazione drogata, cui siamo tutti soggetti. Proverò a descrivere questi personaggi con l’intenzione di dimostrare qual è stata, secondo me, la loro portata simbolica e parenetica.
La Blackblock, interpretata da Noemi Giansanti, di cui non si vede mai il volto, è la prima testimonianza, dalla quale si delinea un personaggio disperato, umano, per nulla violento e fortemente politicizzato, esattamente il contrario di quello che su questo movimento è stato detto dalla cronaca.

È un simbolo di verità ridotto a una macchia nera, accecata dalla luce sinistra del potere e derisa dalle maschere senza volto dell’informazione. Segue il Celerino, interpretato da Fabrizio Baldani, che è l’altra faccia della stessa medaglia. È l’operaio della Polizia, quello che per due lire fa il lavoro sporco. Rappresenta gli altri giovani, quelli che per ignoranza, per bisogno hanno scelto di stare dalla parte dell’oppressore. Le maschere lo adulano, lo eccitano, lo accarezzano, lo spaventano e dalla sua testimonianza l’impressione più forte che resta allo spettatore è proprio questo senso di paura e rabbia, costruito apposta per motivare la violenza di certi comportamenti. È il poliziotto della poesia di Pasolini che non si è evoluto, che è rimasto vittima di un sistema che lo vuole carceriere e carcerato, oppressore e oppresso, vittima e carnefice.

Il personaggio di MarK Covell, interpretato da Corrado Staid, insieme a quello della giornalista Junge Welt Kirsten Wagenschein, interpretata da Solange Corso, rappresentano l’aggressione allinformazione, la massima espressione della violenza, che perde ogni caratteristica democratica.

Mark Covell fu pestato a tal punto da rimanere gravemente invalido. Ora la città di Genova lo ha nominato Cittadino Onorario, ma nulla potrà restituirgli la salute, nulla potrà cancellare l’orrore e il dolore provato e questa è la sensazione che vuole trasmettere l’interpretazione di questo personaggio, così come quello della Wagenschein che nel suo urlo STAMPA, STAMPA, STAMPA, riempie il teatro e gela il sangue agli spettatori, che rimangono silenziosi, aggrappati alle loro sedie.

Tra la testimonianza di Covell e quella della giornalista tedesca c’è la poetica rappresentazione di Simone D’Arienzo e Alessia Scatena.
Quando la luce li illumina, i due sono seduti a terra, lo sguardo perso nel vuoto, a rappresentare il terrore allo stato puro di tutti quei ragazzi, presenti nella Diaz, che erano lì, provenienti da tutto il mondo, animati solamente dalla voglia di salvarsi il futuro, e che non avrebbero mai neppure immaginato di trovarsi a vivere un’esperienza così violenta, così terribile. Il loro abbraccio è spezzato dalle maschere, il loro urlo è indirizzato al pubblico, perché non dimentichi, quale subdola repressione ci sia stata e c’è ancora nella nostra nazione, che si professa democratica e liberale.

L’abbraccio iniziale e finale di questi due personaggi mi ha ricordato l’intreccio delle storie umane passate e recenti, che vedono il popolo innocente violentato, abbrutito, ucciso e vilipeso, che reagisce nonostante tutto grazie alla forza della passione e dell’amore per la giustizia e la verità ora come allora.

La radiocronaca si conclude e non resta spazio ad altro che alla riflessione, dolorosa ma necessaria, e con un brindisi e un valzer delle maschere, mentre la giustizia, leggiadra fanciulla vestita di bianco, straccia dei fogli da un libro che tiene in mano che si chiama Costituzione, proprio perché alla Scuola Diaz quella notte, la Costituzione, la giustizia, la democrazia furono violate e da allora, se ci pensiamo bene, qualcosa è davvero cambiato nella nostra nazione.

Emozionante è stata la lettura di una poesia, inviata al regista da Marc Covell, che ha saputo di questo spettacolo ed è voluto essere presente proprio con un suo testo, scritto poco tempo dopo i fatti di Genova.
Forse gli esperti di teatro vi avrebbero potuto raccontare altro su questo spettacolo, io, che di teatro ne capisco poco, ho voluto parlare del messaggio morale, politico e sociale, delle riflessioni e delle emozioni che ho provato come spettatore.

13 aprile 2016 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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