23062017Headline:

Corona, Mussari e il perbenismo

Siamo certi che Fabrizio Corona e Giuseppe Mussari non sono la stessa persona. Sono diversi gli interessi, diverse le aree di intervento e le frequentazioni, anche politiche, diverso il ruolo sociale. Ma qualcosa mi fa ritenere che ci sia un legame stretto tra i due. Almeno la spregiudicatezza e il disprezzo per le regole, anzi, l’uso queste per fini personali. Certo, il primo ha già inaugurato il processo di decadenza e ridimensionamento e dopo la rocambolesca fuga ai confini occidentali del continente europeo, alla guida di una vettura dotata di rilevatore satellitare (che furbizia!) si trova adesso (almeno così ci dicono) all’interno di una struttura penitenziaria, benchè sia impenitente.

Del secondo, invece, non si avverte ancora una fine analoga, ma il percorso dovrebbe essere inevitabile, sempre che la giustizia riesca ad avere il suo corso indisturbato. Comunque vada, entrambi sono figli della nostra epoca. O meglio, il prodotto inevitabile di un sistema sociale che si fonda sulla spregiudicatezza, da una parte e sulla disattenzione, da un’altra parte. E ne rappresentano, persino, il modello sociale. Michel Martone, che ho il piacere di conoscere e stimare (ad eccezione di qualche eccesso) ha affermato che il calo delle iscrizioni alle università dipenda dall’effetto “Corona” che induce i giovani a investire sui muscoli, piuttosto che sul cervello e a frequentare le palestre, piuttosto che le università, per avere un successo migliore, frequentare veline e modelle e passare alla storia per qualche minuto di televisione. Forse il fenomeno non è proprio legato a Corona. E l’analisi ha un certo fondamento, ma può apparire spietata se limitata a una sola fascia sociale.

E’ per questa ragione che Mussari si affianca perfettamente a Corona. Accanto al modello del ragazzo palestrato e tatuato, alla ricerca delle passerelle e della notorietà senza impegno, si è sviluppato un altro modello sociale, non meno pericoloso (forse persino più pericoloso): quello dei manager di se stessi. Non sono tatuati perché non ne hanno il coraggio e non ne vedono il “valore aggiunto”; non frequentano veline e salotti pettegoli perché non è figo, ma si stordiscono di tematiche di efficienza e management, come se (alla stregua dei Blues Brothers e si vestono alla stessa maniera) operassero nel mondo per conto di Dio, con l’intenzione di convertire tutti alle logiche del business. Corona rubava gli scatti fotografici ai vip e poi provava a “vendere” la sua merce chiedendo dei compensi. Certamente questa pratica si chiama ricatto e per questo la giustizia lo ha condannato. Mussari non faceva scatti, nemmeno quelli di ira (perché dai modi eleganti), nonostante le sue origini meridionali, ma nella sostanza (e anche nella forma) ha messo in atto un raggiro che si fonda sulla fiducia dei risparmiatori e sulla presunta serietà dei risparmiatori.

E lo ha fatto, causando un danno sociale ed economico che supera di gran lunga la vicenda di Corona (che rimane comunque deplorevole) vestendo gli “abiti” del manager stimato e “per bene”. Corona, dalla sua ha la scusante di presentarsi per quello che è. E di non ispirare fiducia o rassicurazione, proprio dietro quella ostentazione della bellezza muscolare e della prepotenza da ragazzo di borgata. Mussari, invece, rappresenta un altro tipo di problema reale e profondo con il quale dobbiamo abituarci a fare i conti che è la somma di due combinazioni pericolose: il management spietato e il perbenismo. Il management spietato, figlio degli insegnamenti delle nostre “migliori” università, è quello orientato al business senza limiti, per il quale la legge è un vincolo da aggirare e l’orientamento al profitto non deve trovare limiti. Ma soprattutto non conosce ostacoli di natura etica Quanti mascalzoni si nascondono dietro le logiche del management? Abbiamo assistito a manager incapaci e discussi che dopo avere causato il fallimento delle aziende sono stati “liquidati” dietro il pagamento di somme da capogiro (mi vengono in mente Alitalia, Finmeccanica, ecc.). E tutto questo (e molto altro ancora) è avvenuto “con eleganza”. Per intenderci, fa notizia una persona che ci affronta per strada e ci spoglia del portafogli, anche se si tratta di pochi soldi, perché consideriamo (giustamente) questo gesto “incivile” e “poco elegante”.

Allora ci troviamo tutti solidali e facciamo bene a rivolgerci alle forze dell’ordine per chiedere giustizia e la ricerca del colpevole, persino rammaricandoci del fatto che non pagherà mai abbastanza per quello che ha fatto. Viceversa, non fa notizia e genera semmai uno sdegno sotterraneo, mai palese, apprendere che un manager o un amministratore ha commesso una truffa o un raggiro ai danni dei risparmiatori o dei clienti di un’azienda. Ci sembra persino un atto di furbizia che si arriva a giustificare o sul quale si elaborano delle posizioni, fondate sulle sottigliezze, sulla considerazione che “così fan tutti” o persino sulla copertura assoluta se si paventa una possibile vicinanza politica. Perché la politica è ormai diventata il “parametro etico” di riferimento. Una cosa è lecita o illecita a seconda se a commetterla è una persona vicina o lontana rispetto alle nostre posizioni. Anche Corona ha vissuto qualche istante di giustificazione politica in alcuni ambienti che hanno provato a considerarlo come una vittima delle persecuzione della giustizia e comunque destinatario di un provvedimento sproporzionato rispetto a quello di altre persone che hanno commesso fatti più gravi, senza avere pagato alcun conto con la giustizia. Riguardo a Mussari, soprassediamo per evitare eventuali “ritorsioni democratiche”: il fatto è noto, comprese le regie e le trasversalità.

C’è quindi un filo comune tra i due, così come tra molte vicende che riguardano la nostra società. E’ il terreno comune della spregiudicatezza e del disprezzo per le regole civili. Ma c’è una differenza sostanziale che riguarda il “modo” di manifestare i propri atteggiamenti: nel “modello Corona” la prevaricazione esplicita di chi sfida il sistema, mettendolo alla prova, con la sprontatezza di chi confida nella inefficienza della giustizia; nel modello “Mussari”, invece, la prevaricazione è mascherata grazie all’eleganza degli abiti e dei modi, delle frequentazioni e dei salotti. Non so quale dei due modi sia il peggiore e preferisco non ingaggiare un inutile televoto sull’argomento. Non è bello essere vittima del primo. Ma certamente il secondo metodo è quello che oggi intacca le istituzioni alla radice, occupate da persone “per bene”, da eleganti professionisti, da politici con auto di lusso, che però non avvertono il fascino della legalità e delle regole della convivenza, ma nessuno se ne duole. Anzi, soltanto l’averlo notato è considerato un fatto grave e di disturbo per il “normale” andamento del sistema sociale. E se poi qualcuno, per dare più forza alle proprie argomentazioni, alza il volume della voce, la situazione si ribalta. E il giudizio del perbenismo è ormai scontato e sta sempre dalla parte di chi è più elegante, utilizza toni pacati (magari con qualche battuta ironica). E non importa se chi alza la voce ha torto o ragione. Quello che conta è l’integrazione sociale che deriva dall’apparenza dei modi. Per dirla con i latini: est modus in rebus!

6 febbraio 2013 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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