30032017Headline:

Concorso scuola 2016, posti vacanti alle prove orali: il grande flop

di Silvia Fabbi
Silvia Fabbi

Silvia Fabbi

Continuano ad arrivare i risultati dalla varie regioni per quello che concerne il numero dei docenti che hanno superato la prova scritta e quindi possono essere ammessi all’orale.
Ultimo dato shockante è quello della regione Sardegna e il concorso per il sostegno per il primo grado: 18 posti a bando, un solo ammesso all’orale.
Un risultato unico nel suo genere, ma non di certo raro: basti pensare ai numerosi posti messi a bando che rimarranno vacanti perchè un numero insufficiente di persone non ha superato gli scritti.

La mia riflessione parte da un presupposto: nessuno deve superare le prove scritte se non ha le giuste capacità richieste dal bando.

Ma allora, cosa significano queste “bocciature”?

La prima bocciatura, a mio avviso, è verso la tipologia di prova. Nessuno prima d’ora aveva mai sostenuto un concorso con dei quiz in lingua straniera: bastava non sapere la lingua inglese e commettere qualche altro sciocco errore nel concorso per prendere la sufficienza.

La seconda bocciatura va al tempo dato: sfido io ciascun insegnante orma in ruolo e ricco di esperienza a fare una programmazione didattica, anzi ben 6 o 8 (come nelle lingue straniere), in due ore e mezza: non sarà mai una programmazione di qualità ma solo un’accozzaglia di nozionismi. E la commissione non può che correggere un’accozzaglia.

La terza bocciatura va alle Università e al Miur per la programmazione dei Tfa. Se così tante persone falliscono un test, vuol dire che una buona percentuale di questi non ha avuto una preparazione adeguata ad un concorso del genere o, almeno, l’offerta in uscita dei Tfa non ha incontrato la domanda del concorso. Basti pensare a quante persone fresche di Tfa sostegno non hanno superato il concorso. E io, che sto frequentando il corso di abilitazione, so cosa significa prepararsi per accedere a quella specializzazione e non voglio credere che i miei colleghi della mia stessa regione (Lazio) o di altre regioni (Sardegna) dopo aver superato gli inaccessibili test di ingresso e aver fatto 8 mesi di corso non abbiano saputo spiegare “quali sono i bisogni che una famiglia con un figlio disabile può manifestare”, dopo essere stati tartassati per 8 mesi da queste nozioni.

Non voglio biasimare le commissioni, colleghi che si sono ritrovati a creare griglie di valutazione per una prova unica nel suo genere, spesso senza conoscere le normative di riferimento: basti pensare che si chiedeva di menzionare la didattica speciale ma molti insegnanti non sanno neanche la differenza tra Pei e Pdp e non sanno ancora come valutare le competenze. O almeno questo emerge dai consigli di classe.

Rimane comunque un risultato: i posti vacanti. Non voglio pensare che ci siano dietro manovre, sovrastrutture. Almeno non in questa sede.

Preferisco pensare che il mondo della scuola non era pronto per questo cambiamento. O che questo cambiamento non è fatto per il mondo della scuola.

6 luglio 2016 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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  • Anselmo

    Premetto che le auguro di raggiungere il suo obiettivo occupazionale quanto prima, al di là delle varie difficoltà che dovrà superare. Ciò detto, condivido in pieno il suo presupposto, scritto in neretto, ovvero, che nessuno deve superare le prove scritte se non ha le capacità richieste dal bando. In tal senso, mi permetto, evidenziare il vero scopo del cambiamento della scuola. Una scuola, che negli ultimi decenni è andata via via sempre più deprimendosi, che non è riuscita più a mantenere, non dico alto, ma almeno sufficiente, quel nobile valore che la caratterizzava da sempre. Tale deprezzamento ha fatto sì che si sfornassero generazioni di studenti non preparati, non educati, non formati che, paradossalmente, qualora divenuti docenti, acuivano ancora di più quello stesso processo degenerativo che li aveva titolati. Oggi, con il cambiamento in atto, che come ogni cambiamento è di difficile acquisizione, ci si vuole riappropriare della meravigliosa figura del docente, di quel professionista che si dedica alla propria occupazione per passione, per il piacere di farlo, per un suo intimo interesse. Per riacquistare tale preziosa figura, a cui per anni e anni saranno affidati le prossime generazioni di ragazzi, è necessario sostituire la parola superficialità con la parola meritocrazia. Solo attraverso la meritocrazia, infatti, si avrà un corpo docenti degno di questo nome e solo attraverso la selezione dei docenti si otterrà un livello di preparazione, dei nostri futuri studenti, competitivo con il resto del mondo. Oggi il cambiamento pone grossi interrogativi, lo capisco, ma bisogna farsene una ragione, e vedrà che fra qualche anno lei lo ricorderà come un ostacolo superato, che le ha
    consentito però di svolgere una professione di cui andare fiera, di cui essere orgogliosa perché intrapresa per meriti e non concessa in regime di assistenzialismo !

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