29052017Headline:

Battaglia per l’acqua pubblica, il Consiglio di Stato dà torto a Ladispoli e ad altri sei comuni

Sentenza epocale, ribadito l'obbligo dei comuni di trasferire le infrastrutture e gli impianti idrici al gestore unico Acea Ato 2

di Fabio Paparella

In serio pericolo le sorti della gestione pubblica dell’acqua. Il Consiglio di Stato nella giornata di ieri ha dato torto ai comuni che da anni conducono una battaglia per continuare a mantenere in house la gestione del sistema idrico.

Il consiglio presieduto dal giudice Giuseppe Severini ha rigettato il ricorso presentato dal comune di Ladispoli – insieme ai comuni di Civitavecchia, Canale Monterano, Agosta, Arsoli, Marano Equo e Roviano – contro la Regione Lazio, Acea Ato 2 e la Città Metropolitana di Roma Capitale per la riforma della sentenza con cui il Tar due anni or sono decise il passaggio ad Acea delle infrastrutture idriche di proprietà comunale. 

Oggetto del giudizio di fronte al Consiglio di Stato era l’atto con cui la Regione ha diffidato i Comuni appellanti, facenti parte dell’Ambito Territoriale Ottimale 2 – Lazio Centrale, a trasferire le infrastrutture e gli impianti idrici al gestore unico del Servizio Idrico Integrato, società ACEA ATO 2 con l’avvertimento che, in difetto, avrebbe avviato le procedure per l’applicazione dei poteri sostitutivi. 

Il collegio è partito richiamando la normativa in materia fin dalla legge 36 del 1994,  specificando che alla luce della normativa i comuni ricadenti nel perimetro dell’ATO 2 – Lazio Centrale, istituito sulla base di una legge regionale nel 1996, ed organizzato in forma di convenzione di cooperazione sottoscritta il 9 luglio 1997, erano destinatari dell’obbligo di “conferire le reti nel sistema idrico integrato” già dal momento dell’affidamento del servizio all’attuale gestore. La legittimità dell’intimazione della Regione viene argomentata dal collegio anche in riferimento al fatto che Acea, pur essendo un soggetto privato, opera come società in house. Sarebbe dunque indispensabile, svolgendo questa società un servizio pubblico quale quello idrico, che i comuni le conferiscano la gestione delle infrastrutture. 

Anche le eccezioni di legittimità costituzionale e di illegittimità comunitaria sono state ritenute manifestamente infondate, poiché non vi sarebbe alcuna attribuzione di competenza all’Unione Europea sulla decisione in merito all’ambito organizzativo ottimale dei servizi di interesse economico generale. Anzi, alla luce degli obiettivi indicati dalla direttiva quadro sull’acqua, scrivono i giudici, “frammentare la gestione della risorsa acqua, come in sostanza pretende la parte appellante, si pone in radicale contrasto con tali obiettivi”.

I sette comuni oltretutto sono stati condannati a pagare le spese di giudizio in favore di Acea Ato 2 e Città Metropolitana, per 2500 euro a comune ad Acea più oneri di legge e 2000 euro più oneri alla Città Metropolitana in compensazione con la Regione Lazio.

La sentenza rischia di segnare una vera e propria rivoluzione nella gestione del sistema idrico dei comuni interessati con possibili ripercussioni sui costi dell’acqua in bolletta e sul personale delle partecipate. Nelle prossime ore si avrà modo di vedere se i comuni saranno disposti a chinare la testa, cominciando ad attrezzarsi per affrontare un passaggio storico, o se rilanceranno una disperata battaglia politica che affonda le sue radici nell’ultimo referendum vinto dai sostenitori dell’acqua pubblica. 

17 maggio 2017 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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